Home  |  Sala Stampa  |  Interventi e interviste  |  Maroni: «Il mio è un censimento, non una schedatura su base etnica. Voglio far finire lo scandalo dei campi rom»

Interventi e interviste

Interviste - Ministro Roberto Maroni (08.05.2008-16.11.2011)

08.07.2008

Maroni: «Il mio è un censimento, non una schedatura su base etnica. Voglio far finire lo scandalo dei campi rom»

Intervista del ministro dell'Interno al settimanale Famiglia Cristiana

Di Alberto Bobbio

Non arretra il ministro Roberto Maroni e spiega che quello delle impronte non è il vero problema. Respinge tutte le accuse di razzismo e promette di metter fine alla vergogna delle "favelas" italiane.

Ministro Maroni, è proprio sicuro di aver fatto la cosa giusta?
«Ho la coscienza a posto. Abbiamo previsto un piano di azione per risolvere una volta per tutte l’indecente scandalo dei campi nomadi. Indecenti sono i campi nomadi, non la nostra ordinanza. Inoltre, si tratta di un vero scandalo, perché esistono da anni e mai nessuno è intervenuto».

Se ne sono solo occupate le associazioni di volontariato?
«Certo. Lodevolmente hanno tamponato con i loro mezzi, senza aiuti dallo Stato, situazioni che sono state trascurate delle istituzioni».

E le accuse di razzismo?
«Sono state lanciate da professionisti dell’antirazzismo, ciechi, sordi e muti, che non hanno letto l’ordinanza pubblicata oltre un mese fa».

Lei nega di aver fatto un uso discriminatorio delle norme che prevedono il censimento?
«Assolutamente sì. Noi non abbiamo mai parlato di "emergenza rom". Le carte sono lì a dimostrarlo. Noi parliamo di "emergenza campi nomadi". Il viceministro degli Interni del Governo Prodi Marco Minniti, invece, ha firmato con il Comune di Milano il Patto per Milano sicura, che prevedeva all’articolo 2 la nomina del prefetto come commissario straordinario per gestire l’emergenza rom. Dunque, il razzista non sono io e, di conseguenza, le accuse di voler discriminare i rom le giro al Governo precedente e alla sinistra».

Il 70 per cento dei nomadi rom è cittadino italiano. Per loro è prevista una identificazione ulteriore su base etnica. Non è una discriminazione?
«Partiamo dalle cifre. Nessuno le conosce esattamente. Non sappiamo nemmeno quanti sono i campi. A Roma, all’interno del Grande raccordo anulare abbiamo censito e fotografato 50 campi abusivi, e altrettanti crediamo essercene fuori dal raccordo. Noi stimiamo che gli italiani non siano più del 33 per cento del totale, e per loro bastano i documenti che hanno».

E la cifra del 70 per cento che viene fornita da tutte le associazioni che lavorano con i rom, tra cui la Comunità di Sant’Egidio?
«Puramente inventata. Io stimo la Comunità di Sant’Egidio, al di là delle critiche immotivate e infondate che hanno fatto al provvedimento. Ma mi baso sul sistema di rilevamento delle 103 Prefetture che, forse, mi lasci dire, è un sistema più accurato».

Perché il censimento si fa solo a Roma, Milano e Napoli?
«Appunto perché non è fatto su base etnica, ma solo dove c’è un’emergenza campi nomadi. Vedremo, se darà buoni risultati, di estenderlo ad almeno altre 10 province dove abbiamo verificato problemi. Posso dire che anche il sindaco di Torino Chiamparino e quello di Venezia Cacciari mi hanno chiesto di fare il censimento nelle loro città. Ma ho detto di no, per ora».

Ha intenzione di creare un commissario nazionale per l’emergenza?
«Vedremo come va il censimento nelle tre regioni per ora individuate. Si tratta di un’azione complessa, che non può essere banalmente liquidata soltanto con la questione delle impronte. Stiamo procedendo al monitoraggio dei campi e all’identificazione con fotografie, esibizione dei documenti che già ci sono ed, eventualmente, anche attraverso le impronte digitali».

E il riferimento al regolamento europeo cosa c’entra?
«Prevede che si possano prendere impronte ai bambini con più di sei anni».

Però dice anche che vale solo per gli extracomunitari, al fine di ottenere il permesso di soggiorno...
«Certo. Ma chi sa dire esattamente chi vive nei campi? Prima dobbiamo saperlo, e poi procedere».

Un censimento a Roma è stato fatto da Rutelli e poi è stato aggiornato. Lei ha acquisito i documenti?
«Non mi risulta che ci sia alcuna documentazione. In ogni caso, le impronte digitali ai minori le prendono ogni giorno le Procure minorili».

Ma solo se hanno commesso o se c’è notizia di reato...
«No. Questo è sbagliato. Lo si fa per dare un’identità ai minori a prescindere dal fatto che abbiano o no commesso reati».

Tuttavia, conviene che le impronte digitali non servono per definire i rapporti di parentela?
«Sì, ma questa storia di andare a vedere i rapporti di parentela tra minori nomadi e adulti nell’ordinanza non c’è. Io ho detto solo che dobbiamo definire l’identità, a tutela dei minori. E una volta saputo chi vive nei campi, dobbiamo realizzare livelli minimi di prestazioni igienico-sanitarie, per evitare che i bambini vivano con i topi. L’articolo 1, comma 2, lettera "i" dell’ordinanza prevede la promozione di iniziative per favorire scolarizzazione e avviamento professionale e coinvolgimento di chi vive nei campi in attività di realizzazione e di recupero delle abitazioni. Insomma, proprio quello che ha chiesto Famiglia Cristiana. Questi sono i fatti contenuti nell’ordinanza. Io contesto ogni accusa di razzismo nei confronti della nostra azione. E non è una schedatura su base etnica. Noi abbiamo deciso semplicemente di mandare a scuola tutti i bambini dei campi, e prima vogliamo sapere chi sono. Poi i piani di scolarizzazione li faremo insieme al ministro della Pubblica istruzione e all’Unicef, che ha deciso di aiutarci dopo aver riconosciuto che le critiche che ci ha fatto erano frutto di disinformazione».

Quali sono i tempi?
«Alla fine di luglio riuniremo tutti attorno a un tavolo. Perché dobbiamo essere pronti per l’inizio della scuola».

È sicuro che l’ordinanza non contrasti con l’art. 3 della Costituzione sulla dignità sociale e l’uguaglianza?
«Sì. Va contro l’art. 3 chi chiude tutti e due gli occhi sui campi nomadi, dove su cento persone ci sono 30 italiani che vivono in condizioni disumane. Questo è contrario alla Costituzione. Ed è questo che io voglio cambiare».

Ma a Napoli nella scheda si chiedono anche la religione e l’etnia...
«La scheda è stata predisposta dalla Croce rossa italiana».

Ma la carta intestata e i timbri sono del commissario straordinario, quindi del prefetto. Lei intende far ritirare la scheda?
«Nell’ordinanza c’è scritto che i commissari, affiancati dalla Croce rossa, hanno autonomia circa le attività di censimento. Però ho fatto ritirare la scheda».

Preoccupato del fatto che l’Unione europea ha condannato la Grecia per aver chiesto di indicare la religione nelle carte d’identità?
«Entro luglio invierò un rapporto all’Unione Europea. Per ora mi occupo dello scandalo dei campi nomadi. Se c’è qualcuno più bravo di me si faccia avanti, ma io rifiuto le accuse di razzismo, perché chi le fa o non è mai stato in un campo nomadi e non conosce lo stato di degrado, o ci convive perché ha un qualche interesse, oppure vive in un mondo dove c’è soltanto il bene. Invece, il degrado purtroppo esiste».

Per i cittadini della ex Jugoslavia che non possono essere espulsi e non possono, però, neppure avere il permesso di soggiorno prevedete il passaporto come apolidi?
«Nell’ordinanza c'è scritto tutto. Basta leggerla. Per i cittadini italiani che troveremo nei campi verranno create strutture sicure con standard igienici e sanitari garantiti. Una sorta di grande condominio orizzontale con un amministratore, che chiameremo Villaggio di solidarietà. I campi nomadi saranno cancellati per sempre. Per i cittadini europei, i rom romeni per esempio, applicheremo la direttiva europea numero 38. Cioè, potranno restare in Italia se hanno un livello minimo di reddito, altrimenti torneranno a casa loro. Gli extracomunitari resteranno se hanno il permesso di soggiorno. Per gli ex jugoslavi, che vivono una situazione speciale, perché non hanno più una patria e una nazionalità, stiamo pensando di riconoscere a loro lo status di apolide».

E per i nomadi che vivono in casa?
«Per ora abbiamo deciso di censire i campi, perché è lì l’emergenza e in alcuni casi essa determina reazioni sconsiderate e negative da parte dei vicini italiani. Io voglio assolutamente stroncare queste reazioni, creando strutture accettate anche da chi ci abita vicino. Dobbiamo lavorare per l’integrazione, cosa che finora non è stata fatta. Tuttavia, il nostro non è un intervento umanitario, ma di carattere civile: dobbiamo ripristinare la legalità e le condizioni di civiltà cancellando per sempre le "favelas" italiane».

Quanto costa l’operazione?
«Il censimento costa 3 milioni di euro. Per le azioni successive dobbiamo ancora fare i conti».